Roma nell’antichità

Sin dalle origini Roma è stata meta di una frenetica immigrazione, perché sorta su un’ansa del Tevere dove l’Isola Tiberina assicurava un guado sicuro e favoriva l’approdo a entrambe le sponde. Su quella curva insistevano molteplici assi di scambio, in particolare le vie del sale e del bestiame, e attraccavano i battelli utilizzati per il trasporto di merci, portando immigrati da ogni dove.

Inoltre, rileggendo Ab Urbe Condita, la storia della città scritta da Tito Livio a partire dal 27 a.C., si scopre come importanti figure dei periodi monarchico e repubblicano non appartengano al gruppo fondatore, ma vengano da altre aree. Tra i sette re, Numa Pompilio (754-673 a.C.) e Anco Marzio (675?-616 a.C.) sono sabini, mentre Tarquinio Prisco (morto 579 a.C.) nasce a Tarquinia da un mercante greco e una nobile etrusca. Infine, la gens Claudia, che attraversa gran parte della storia romana per concludersi con l’imperatore Nerone (37-68 d.C.), viene dal nord del Lazio come indica il cognome del capostipite Appio Claudio Sabino, console nel 495 a.C.

La convivenza di latini, etruschi, greci e sabini, nonché di appartenenti ad altri gruppi italici, favorisce il proseguimento degli arrivi e la città drena popolazione da tutta la Penisola.

L’immigrazione aumenta ulteriormente, quando la città diviene il fulcro del Mediterraneo dopo le tre vittoriose guerre puniche (264-241, 218-202, 149-146 a.C.). In questa fase Roma raccoglie una notevole popolazione straniera, molto spesso in condizione di schiavitù. Accanto agli schiavi vi sono, anche, stranieri liberi che compongono le fluide colonie mercantili attestate attorno al porto urbano o che partecipano al continuo via vai di marinai. Con il tempo si formano insediamenti stabili, che dopo le guerre puniche provengono principalmente dall’area mediterranea, mentre in seguito giungono pure dall’Europa continentale.

L’aspetto più evidente di tale immigrazione è costituito dall’aumento costante di schiavi: 250.000 nel 225 a.C., il doppio due secoli dopo. Formano una consistente popolazione e sono un elemento rilevante della mobilità coeva, caratterizzata in tutto il bacino mediterraneo dai movimenti forzati di singoli e di popolazioni. Il loro continuo incremento trasforma l’Urbe in un gigantesco mercato di manodopera prigioniera e attira numerosi mercanti di uomini e donne, che vanno a irrobustire le colonie mercantili.

Per il periodo più antico non abbiamo numeri certi. Tuttavia, una ricerca sugli scheletri nei cimiteri cittadini ha ipotizzato come nei primi tre secoli della nostra era, quando la Roma imperiale sfiora il milione di abitanti, il 5% della popolazione è composto da immigrati liberi e il 40% da schiavi. Quella di questi ultimi non è, però, una condizione immutabile e uno schiavo può essere “liberato”, tanto che in alcuni settori, come la piccola imprenditoria, questi liberti sono numerosi e raggiungono un significativo successo economico.

Nel periodo repubblicano il latino convive dunque a Roma con altre lingue e tradizioni culturali. Già a quel tempo la città è multiculturale e multireligiosa. Gli ebrei vi cominciano ad affluire nel III secolo a.C., ma la loro presenza aumenta notevolmente dopo la repressione delle rivolte ebraiche del 70 e del 135 d.C. In età imperiale gli ebrei romani costituiscono una della comunità più visibili: sono, comunque, soltanto una delle tante comunità orientali presenti nelle vicinanze del porto. Il caso ebraico presenta alcuni aspetti significativi. Si tratta di un gruppo che si auto-identifica in base all’appartenenza religiosa e quindi impernia la propria comunità sui luoghi di culto. In effetti, questi ultimi possono servire da indicatori anche per altre comunità.

Nella città imperiale si diffondono diversi culti orientali, ancora oggi testimoniati dai resti di importanti edifici, come il tempio della Magna Mater sul Palatino, che rivela la presenza frigia nella città, oppure i numerosi luoghi di culto egiziani, come, per esempio, i templi dedicati ad Iside. Alcuni di questi culti sono introdotti alla fine del periodo repubblicano, ma in genere si affermano nella città imperiale, grazie alla più numerosa immigrazione, libera e coatta, e alla massiccia presenza di truppe che provengono dal Medio Oriente o vi hanno combattuto.

Nei loro riguardi gli imperatori sono assai tolleranti, anche perché non pochi di loro provengono dalla stessa carriera militare e dagli stessi gruppi immigrati. Grazie a tale contesto i fedeli di numerose religioni entrate stabilmente nella cultura romana possono ricordare liberamente le proprie origini, come provano le iscrizioni plurilingue di età imperiale, ancora oggi visibili nella città. In esse risaltano non soltanto le diverse appartenenze religiose, ma anche i forti legami con la madrepatria. Sembra infatti che i nuovi romani condividano più identità o più fedeltà, in primis quelle all’impero e al proprio luogo di nascita, senza ritenerle in contrasto tra loro.

I luoghi di culto e le epigrafi forniscono indicazioni sui vari gruppi, anche se non tramandano l’immagine di veri e propri insediamenti quali le Piccole Italie europee o americane tra Otto e Novecento. Molti templi stranieri sono vicini ai porti, in particolare a quello più grande tra la sponda della Marmorata e la sponda transtiberina. Trastevere, quartiere portuale, costituisce così il primo e maggiore insediamento dei nuovi arrivati.
Nessun gruppo è, però, maggioritario, neanche quello ebraico, e soprattutto tutti tendono a disperdersi, come evidenziato dalla topografia delle catacombe ebraiche, di cui due si trovano sulla via Nomentana e una ciascuna sull’Appia, sull’Ardeatina, sulla Labicana e sulla Portuense.

La dispersione abitativa di questo e di altri gruppi è confermata dal fatto che per molti gli edifici sacri o le sepolture sono dislocati in tutta l’Urbe. Entrano, così, in gioco fattori già elencati come l’adesione romana alle nuove religioni e la progressiva crescita del numero dei fedeli che porta all’aumento e quindi al distanziarsi dei luoghi sacri di una medesima religione in modo da coprire più aree urbane. In ogni caso la dispersione corrisponde anche alla progressiva integrazione: gli stranieri non vivono isolati o comunque confinati all’interno del proprio gruppo, ma interagiscono con l’intera città e si adattano all’ambiente urbano.

La Roma più antica si caratterizza dunque sin dalle origini per la convivenza di gruppi di diversa provenienza, diversa religione e diversa lingua. Tale caratteristica prosegue nei secoli successivi, prima e dopo la nostra era, e contraddistingue la città e l’area immediatamente circostante, rurale e marittima, per molteplici ragioni.
Lucio Anneo Seneca (4 a.C. – 65 d.C.), il filosofo e drammaturgo suicidatosi per volontà dell’imperatore Nerone (37-68 d.C.), ne elenca alcune nel dialogo Consolatio ad Helviam matrem, scritto nel 42-43 d.C. per confortare la genitrice impaurita dal suo temporaneo esilio in Corsica. Seneca scrive che la madre non deve preoccuparsi, perché tanti vivono lontani dal luogo in cui sono nati o hanno risieduto a lungo. Aggiunge al proposito che, passeggiando per le vie di Roma, si intuisce come la maggior parte della folla si trovi lontana dalla patria originaria. Spiega quindi che si emigra verso la capitale per ambizione, per ottenere un incarico pubblico, per incombenze diplomatiche, perché la si ritiene adatta a dare libero sfogo ai propri vizi, per studiare, per assistere a grandi spettacoli circensi o teatrali, per seguire gli amici, per esprimere il proprio talento, per provare la propria eloquenza o per mettere in vendita la propria bellezza.

Tutte motivazioni valide durante il periodo imperiale, quando, però, se ne aggiunge una nuova, quella militare. L’esercito e la guardia personale degli imperatori divengono infatti negli ultimi secoli imperiali il primo fattore di ingresso nell’Urbe di gruppi non romani, ivi compresi quelli barbarici, che vi continuano a risiedere durante il primo medioevo.

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