Il progetto espositivo: percorsi, punti di vista, sguardi

Il progetto espositivo di M.A.U.Mi è stato ideato da Giulia Papa, Giulia Bianchi, Lavinia Tommasoli ed. Ilektra Mancini.

Le note che seguono sono tratte dal progetto presentato al pubblico nell’aprile 2022 e integrate da alcune riflessioni e indicazioni specifiche.

Partendo dai principi dell’arte di strada, fruibile nel flusso quotidiano della nostra città, il concept di progetto si fonda sull’intento stesso che vi è alla base di questa forma espressiva: l’accessibilità a tutti i passanti e l’esser fruibile nello spazio pubblico urbano.

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L’arte pubblica urbana (in particolare i cosiddetti graffitismo e muralismo) rappresentano l’irruzione del segno artistico nella vita. Nel correre veloce del quotidiano l’opera diventa l’inciampo visivo che blocca il naturale percorso/flusso di attraversamento del reale. L’opera impone uno stop e, realizzandolo, trasforma la persona in abitante di quello spazio, in transitorio residente di uno spazio fino ad allora semplicemente transitato. Uno spazio che in quel momento si fa espositivo e quindi anche “museo”, sebbene il dispositivo non sia racchiuso in un luogo separato dal reale, ma nel reale viva e agisca.

Muovendo da questa volontà di creare e rappresentare la sosta nel flusso, nonché l’epifania del “museo in strada”, le architette hanno ideato una struttura fissa che accompagna la visione lungo i due muri scelti come spazio espositivo. Una passerella che funge da discontinuità fisica rispetto al quotidiano del giardino di Casa Scalabrini, ma che al contempo ne è la naturale prosecuzione. Spazio separato e spazio contiguo, luogo deputato e luogo condiviso.

Questa molteplicità della natura e della funzione è ben rappresentata dalla forma della passerella, che si allarga e si restringe, lasciando allo spettatore la possibilità di fruire delle opere da diverse visuali. Una forma che, a ben vedere, aumenta il valore di moltiplicatore esperienziale che abbiamo appena descritto, perché di fatto orchestra una serie di insenature, promontori e approdi, metafore di partenze e arrivi, ma anche punti di osservazione, luoghi di conflitto, centri dell’accoglienza.

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Da questo punto di vista, “stare” nella passerella vuol dire intraprendere un percorso nel quale si incontrano gli sguardi di artisti diversi con quello del visitatore, pronto ad ascoltare con gli occhi. Non più una linea retta A-B ma una serie di possibili rette e curve che s’intersecano, che cambiano, che migrano di posizione, funzione, intenzione. Una struttura, quindi, che diventa coerente con il luogo nel quale si innesta l’intervento e riecheggia di viaggi trascorsi, che vengono raccolti nel percorso di una linea spezzata, che accoglie in sé il ritmo espositivo delle opere in mostra.

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L’attraversamento esperienziale del percorso, allora, è esso stesso metafora delle migrazioni di cui narrano le opere: un viaggio nel quale il fruitore compie un arco di trasformazione, di crescita ed arricchimento, approdando in luoghi diversi, dove lo attendono storie diverse, diverse comunità, diversi possibili futuri. Un percorso in cui, proprio da quelle insenature e promontori, i punti di vista si scontrano e si incontrano, si sovrappongono e mescolano e il ritmo alternato lascia lo spazio necessario al visitatore di poter scegliere fin dove sia necessario osservare le opere, da quale prospettiva o punto di vista.

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