Innescare un museo per curare un territorio

M.A.U.MI è il primo Museo di Arte Urbana sulle Migrazioni d’Italia.

Il progetto si svilupperà presso Casa Scalabrini 634, un progetto di accoglienza per rifugiati e richiedenti asilo sito in via Casilina 634 gestito dall’ASCS – Agenzia Scalabriniana per la Cooperazione e lo Sviluppo.

La struttura si colloca a cavallo dei quartieri di Tor Pignattara, Centocelle e Quadraro Vecchio, in una porzione del Municipio Roma V particolarmente importante dal punto di vista storico- culturale essendo adiacente al Comprensorio Archeologico Ad Duas Lauros e alle aree archeologiche di Tor Pignattara e del Parco di Centocelle. Nonostante questa posizione di pregio, questa parte del territorio sconta un fortissimo livello di degrado urbano, evidenziata dalla mancanza di una manutenzione ordinaria costante, da una pesantissima desertificazione commerciale e dall’assenza di alcuni servizi essenziali. La percezione comune è di un “non luogo”, marginale rispetto al tessuto dei quartieri adiacenti, abbandonato dalle istituzioni e destinato ad essere spazio di risulta della città. Lo stesso centro è stato oggetto di una narrazione assolutamente negativa e, spesso, addidato tra le cause dei problemi dell’area.

Per tale motivo, in questi anni, il team di Casa Scalabrini 634 ha tentato di trasformare il centro in un punto di aggregazione, attraverso iniziative pubbliche come la cura degli spazi comuni, l’offerta si servizi sociali, sanitari e formativi. Di recente anche l’Ecomuseo Casilino ha investito nello spazio, collocando al suo interno un Centro di interpretazione con l’obiettivo di farne un laboratorio di ricerca aperta a studiosi e cittadini.

Queste sperimentazioni hanno avuto degli esiti positivi, ma si è fatta largo l’esigenza di aprire questo spazio privato al pubblico godimento, attraverso una progettualità integrata che unisca la valorizzazione culturale, il coinvolgimento della cittadinanza, la promozione del dialogo interculturale e intergenerazionale.

M.A.U.MI è il punto di arrivo di questo processo, che attraverso la generazione di un nuovo spazio pubblico, da una parte intende valorizzare il sito e la sua storia, dall’altro crea un polo culturale di grande attrattiva capace di sostenere la rigenerazione dell’intero quadrante.

Per raggiungere questo obiettivo, il progetto prevede la realizzazione di un vero e proprio spazio museale all’aperto, costituito da 10 opere di arte pubblica realizzate da altrettanti artisti. M.A.U.Mi. si connota come un museo-narrante, ovvero come un vero e proprio discorso per immagine su un tema specifico, particolarmente centrale sia per la location specifica (Casa Scalabrini 634), sia per il territorio in cui la struttura sarà realizzata. Le opere d’arte verranno realizzate sulla facciata interna del muro di cinta del cortile, uno spazio attualmente precluso all’utilizzo pubblico che M.A.U.MI. trasformerà in luogo di pubblico godimento, generando così un nuovo spazio abitabile dalla città.

Il tema, infatti, è l’evoluzione del fenomeno migratorio a Roma (con particolare riguardo al settore est della città) e le opere realizzate avranno il compito di raccontarlo secondo un ordine cronologico. Questa narrazione è costruita a partire da una ricerca storico-antropologica realizzata dallo CSER – Centro Studi Emigrazioni Roma che ha portato alla costruzione di dieci momenti topici della storia migratoria della città che gli artisti interpreteranno secondo il proprio punto di vista, linguaggio e sensibilità.

Il progetto espositivo prevede che ad ogni opera sia associato un QRCode, che consenta di accedere a una piattaforma online per approfondire il momento storico rappresentato e accedere ai contenuti multimediali che raccontano l’opera e il processo creativo.

La sfida di M.A.U.MI è trasformare un luogo associato alla povertà e al margine in un polo museale di arte contemporanea, capace di innescare da questo détournement, lo sviluppo dell’intero quadrante attraverso la messa in valore delle ricchezze umane, culturali e sociali che sono presenti.

Il progetto scommette sull’idea di costruire un dispositivo permanente, che parta dagli elementi costitutivi del luogo, li reinterpretati secondo una prospettiva scientificamente solida, li condivida con gli abitanti e li trasformi, attraverso la creatività contemporanea, in uno spazio di pubblico godimento e potenziamento del patrimonio culturale, sociale e relazionale locale.

Sia dal punto di vista del processo, sia dal punto di vista dei destinatari, risulta evidente che il progetto non nasce per “adattarsi” al territorio (come la maggior parte dei cosiddetti progetti site-specific) ma per essere il risultato di una produzione “sorgiva” delle diverse articolazioni e istanze locali. Per questo ci piace chiamarlo site-embedded, in quanto totalmente inserito per forma, contenuto e strumento alle specifiche declinazioni territoriali.

  • ●  Contenuto: le migrazioni / I quartieri che si affacciano sulla via Casilina sin dall’antichità sono zone di migrazione e incrocio di culture, tanto da poter dire che questi elementi sono parte costitutiva del DNA di questo territorio. Il revisionismo di questi ultimi anni, spinto spesso da un mal orientato desiderio di emancipazione, ha negato questa identità meticcia, spostando l’attenzione su ambiti conservativi e volendo antistorici. M.A.U.MI., quindi, intende ripartire da questa identità negata, per riconquistarla all’attualità ricostruendo al contempo la storia di questi territori.
  • ●  Forma: l’arte pubblica / Il territorio in cui colloca M.A.U.MI. è da almeno 10 anni una delle “patrie” della Street Art romana. Basti pensare ai musei a cielo aperto del Quadraro Vecchio, Tor Pignattara e di quello che sta nascendo a Centocelle. Il muralismo contemporaneo è diventato in breve tempo un tratto identitario di questi luoghi, molto sentito dalle comunità locali.
  • ●  Strumento: il museo / Il territorio si trova nella particolare condizione – presente forse solo nel centro storico della città – di essere già “museoformato”: la musealizzazione diffusa promossa dall’Ecomuseo Casilino in dieci anni di attività, ha determinato un reframing della percezione territoriale: il cittadino si sente di “essere in un museo” e riconosce l’importanza di chi promuove la salvaguardia e la valorizzazione dei beni culturali. Il tutto nonostante le condizioni di disagio, degrado e abbandono in cui versano molti settori del territorio. Condizione che, semmai, rafforza il desiderio di veder nuove realtà capaci di cambiare questa situazione, valorizzando un territorio percepito già come museo a cielo aperto.M.A.U.MI propone un punto di vista complesso sul ruolo che la creatività contemporanea può assumere nello sviluppo sociale delle periferie urbane, partendo proprio su un cambio di prospettiva rispetto a queste ultime. Non è azzardato dire, infatti, che l’approccio prevalente dei progetti di rigenerazione è quello del “recupero”, una prospettiva che vede nelle periferie dei “rotti” o peggio ancora dei “perduti”. Il nostro progetto supera questa impostazione, assumendo l’idea che le periferie siano invece luoghi densi di memoria, storia, patrimonio e relazioni, spazi in cui il contemporaneo di manifesta nel modo più pieno e che quindi sia necessario potenziare quei luoghi in cui queste emergenze culturali, sociali e relazionali si creano, ispessiscono e tramandano.

La trasformazione del cortile di Casa Scalabrini 634 va quindi letta nella prospettiva di un potenziamento di un luogo capace di sintetizzare gli elementi costitutivi di un territorio.

Riconoscendo il valore storico e attuale di uno spazio che incarna i valori dell’accoglienza e del dialogo proprio di un territorio meticcio come quello oggetto di intervento, la creazione di un polo museale dentro una casa di accoglienza per rifugiati e richiedenti asilo potenzia l’eccellenza di quel luogo, ribadendo che non è una declinazione del margine – così come non lo è il territorio in cui sorge – ma punta di diamante di un sistema socio-culturale complesso che va valorizzato.

Attraverso questo processo di ricostruzione del senso dei luoghi, M.A.U.MI diventa un nuovo spazio pubblico che, grazie all’arte, da un lato potenzia le sue naturali funzioni (dialogo e integrazione), dall’altro ne integra di nuove (artistiche e culturali) diventando il cuore di un distretto culturale, integrato nel tessuto profondo del territorio e capace di generare valore nel lungo periodo.

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