Con la Restaurazione del 1815 Roma torna meta di pellegrinaggi e questi sono sfruttati dopo il 1870, per provare il peso anche politico del papato. In tali occasioni i pontefici ricevono vescovi, sacerdoti e fedeli di spicco dei vari Paesi. I contatti relativi sono sostenuti dall’opera di lobby di moltissimi procuratori (ecclesiastici e non) e soprattutto di Collegi nazionali, che spesso hanno la funzione di ospitare i rappresentanti delle gerarchie cattoliche dei propri Paesi. Il sistema dei collegi romani per gli stranieri è importante già nel Cinquecento, ma si potenzia sul finire dello Stato Pontificio con la fondazione dei Pontifici Collegi Belga (1844), Latino- americano (1858), Americano del Nord (1859) e del Pontificio Seminario Francese (1853). Dopo la Breccia sono creati il Collegio Nepomuceno (1884) per i sacerdoti di lingua ceca, il Collegio Canadese (1888), il Collegio S. Patrizio per gli irlandesi (1892), il Collegio Croato (1901). Inoltre, sono rilanciati collegi in abbandono, come quello Polacco, o mai veramente decollati, come quello Armeno.
Sempre al tramonto del potere temporale esistono ancora istituzioni “nazionali” per gli immigrati. Sono in funzione le chiese ricordate nelle schede precedenti e alcune gestiscono importanti attività ospedaliere: per gli spagnoli a Santa Maria in Monserrato, i polacchi a San Stanislao, i tedeschi a S. Maria dell’Anima, i portoghesi a S. Antonio; nonché per i lombardi ai SS. Ambrogio e Carlo, i fiorentini a S. Giovanni in via Giulia, i lucchesi a S. Croce e
S. Bonaventura, i bergamaschi ai SS. Bartolomeo e Alessandro. Come si vede la presenza di immigrati italiani non è scarsa, ma dopo il 1870 aumenta vertiginosamente, perché la città diviene la capitale italiana e inaugura una stagione di grandi lavori urbanistici. Non si tratta più di una migrazione dall’estero, come quando provenivano da altri stati peninsulari, ma contribuisce potentemente alla crescita della città.
La Roma di inizio Novecento non brilla per presenza straniera: nel 1911 sono censiti 8.811 non italiani su 500.000 residenti a Roma. Però, il raddoppio demografico complessivo è sostenuto dalla grandissima migrazione interna. Al contempo si rafforzano nuove componenti estere, che avranno importanza per tutto il secolo. Gli statunitensi sostengono il cimitero acattolico e la Casa di Keats, inoltre hanno due chiese nazionali: S. Paolo dentro le Mura per gli episcopali e in genere i protestanti; S. Susanna per i cattolici. Infine, fondano l’American School of Architecture (1894) e l’American School of Classical Studies (1895), che nel 1913 si fondono nell’American Academy, ancora oggi attiva.
Nel frattempo, aumentano le istituzioni pontificie adibite alla formazione di sacerdoti non italiani: una relazione vaticana del 1912 ricorda decine di collegi con centinaia di allievi. Siamo di fronte a una massa di religiosi non italiani o addirittura non europei, che in alcuni casi servono da collante per le rispettive comunità. La Grande guerra e l’espulsione o l’imprigionamento di chi proviene dagli Imperi centrali provoca una riduzione di queste ultime. Però, nei decenni successivi comunità vecchie riprendono lena (i tedeschi), mentre arrivano a Roma nuove diaspore: gli armeni, dopo il genocidio del 1915-1916; i russi dopo la Rivoluzione; gli ucraini dopo la repressione staliniana e la grande carestia del 1929-1933.
Nel 1931 il censimento rileva quanto i residenti stranieri a Roma siano aumentati. Anche le carte di polizia di quel decennio segnalano l’aumento dei non residenti, in particolare di “apolidi” ed ebrei in fuga dalla Germania e più in generale dall’Europa centro-orientale e balcanica. Il regime fascista provvede a detenerne o espellerne molti, anche se si dichiarano acerrimi anticomunisti, come i russi bianchi o gli ustascia croati. Molti sono classificati come rifugiati e il loro numero cresce durante e dopo la guerra. Sulla base delle carte del Ministero dell’Interno si capisce come a Roma arrivino in pochi anni da 300.000 a 600.000 profughi, alla ricerca di documenti di viaggio per ripartire verso le Americhe, l’Australia e il Sudafrica, o richiedenti assistenza pontificia.
A Roma agiscono quindi istituzioni internazionali e vaticane per la protezione dei rifugiati e crescono le strutture per ospitarli, tanto che Cinecittà per alcuni anni è trasformata in un campo profughi. Sistemazioni più piccole sorgono al Villaggio Breda, all’angolo di Torre Spaccata con la Casilina, a piazza S. Croce in Gerusalemme, a S. Francesco a Ripa e al Forte Aurelio. Senza parlare poi di coloro che vivono in piena emergenza ancora negli anni Cinquanta: ad esempio nelle rovine archeologiche (persino sotto gli archi del Colosseo) o nelle grotte alle pendici di villa Balestra e del Celio.
Tale presenza non sparisce con gli anni, perché si aggiungono gli austro-tedeschi in fuga da patrie bombardate, i collaborazionisti francesi, fiamminghi e dell’Europa centro-orientale timorosi della vendetta dei connazionali, gli esuli dai paesi inglobati dalla Cortina di ferro. Inoltre, arrivano gli italiani e gli italofoni forzati ad abbandonare i territori giuliani, istriani e dalmatici passati sotto la Jugoslavia di Tito. Siccome tutti questi rifugiati sono considerati di passaggio, le rilevazioni statistiche non li menzionano. Nel censimento del 1951, per esempio, sono ricordati soltanto gli 11.268 nuovi residenti provenienti dalla Somalia e altri ex territori italiani, comprese Istria e Dalmazia, e i 37.970 immigrati dall’estero.
I profughi, però, non sono smaltiti, perché non riescono a proseguire il loro viaggio. E il loro numero aumenta dopo la fallita insurrezione ungherese contro l’Unione Sovietica del 1956. Il loro arrivo è talmente continuo che la Pontificia Opera di Assistenza costruisce per loro una cappella alla Stazione Termini, il maggior luogo di transito ferroviario. Nei decenni successivi il fenomeno non diminuisce, ma l’apertura del Campo profughi di Latina (1957-1991) drena buona parte dei rifugiati fuori della Città.
In questa prosegue invece l’immigrazione dal resto d’Italia e nasce una vistosa cerchia di baraccopoli, mentre cresce lentamente l’immigrazione definitiva straniera. Tra di essa primeggiano sempre gli statunitensi, che grazie al lavoro offerto dalle grandi agenzie internazionali come la FAO, insediatasi a viale Aventino, nel censimento del 1961rappresentano il 21% degli immigrati stabili. Tuttavia, anche l’Africa inizia ad emergere e dallo 0,5% del 1936 passa a quasi il 20% degli immigrati totali. Qui entrano in gioco più elementi: la tendenza dei giovani africani a studiare negli atenei ecclesiastici o alla Sapienza; la decolonizzazione e la fuga dalle ex colonie italiane di locali compromessi con i colonizzatori; l’esilio politico scaturito dalle feroci lotte nei nuovi Stati.
A partire dagli anni Sessanta, agli africani si aggiungono i latino-americani espulsi da un altro scenario di dittature e violenti scontri fratricidi. Al termine del decennio arrivano le eritree, in fuga dalla guerra e alla ricerca di impiego quali domestiche. A Roma si sviluppa così un nuovo trend lavorativo, che vede eritree, capoverdiane e filippine prendere il posto delle domestiche prima provenienti da Veneto, Sardegna e Lazio meridionale.
Nel 1970 l’Ufficio centrale per l’Emigrazione italiana della Chiesa cattolica segnala come non ci siano più solo i gruppi di immigrati “tradizionali”: cioè i professionisti, commercianti e tecnici statunitensi, tedeschi e francesi; i profughi da Venezia Giulia e Istria-Dalmazia, dall’Africa orientale e settentrionale; gli studenti universitari. Dal 1958 al 1969 l’arrivo di “lavoratori esteri” a bassa qualifica è stato in costante incremento. Alla fine del rapporto troviamo un elenco di chiese e missioni per questi immigrati, organizzate su base nazionale o linguistica. Scopriamo così che vengono dal mondo lusitano (portoghesi e capoverdiani), dall’Europa centro-orientale (polacchi, croati, sloveni, albanesi, ungheresi, cechi e lituani), dal mondo ispanico (spagnoli, ma anche argentini e messicani). Allo stesso tempo, la Chiesa di Roma registra una forte componente di fedeli di rito orientale (“abissini”, armeni, siro- antiocheni) o ortodossi, comunque assistiti da parrocchie cattoliche (greci, romeni, russi e ucraini).
In termini numerici l’immigrazione registrata negli anni Settanta non è ancora significativa. Nel censimento del 1981 sono registrati poco più di 26.000 stranieri; dieci anni dopo sono più che raddoppiati, ma siamo sempre a poco più di 55.000 immigrati stabili e inoltre il 60% proviene ancora dall’Occidente, con gli statunitensi in maggioranza.
Il vero salto avviene nell’ultimo decennio del secolo, quando i residenti di origine non italiana superano le 100.000 unità e, mentre resta stabile il numero di chi ha impieghi di qualità e proviene dall’Europa occidentale o dal Nord America, cresce vertiginosamente quello di chi svolge opera di cura e assistenza o di pulizia per conto delle famiglie italiane e proviene dall’Europa centro-orientale o dal Terzo Mondo (Asia orientale, Africa, America Latina).
La disperata ricerca di collaboratrici domestiche e di badanti porta inoltre all’incremento della presenza femminile. Questa ha sempre caratterizzato gli arrivi a Roma, ma nei decenni precedenti è stata meno significativa, mentre nel nuovo millennio le donne saranno mediamente più degli uomini. A quelle che vengono a lavorare si aggiungono infatti chi raggiunge padri e mariti.
Ovviamente non tutti arrivano per lavorare nelle abitazioni private, Roma infatti offre altre occasioni lavorative: nelle costruzioni edilizie e nella manutenzione degli stabili, nel piccolo commercio, nella ristorazione, in generale nei servizi a basso livello. Alle donne si aggiungono quindi uomini, che vogliono sfruttare tali possibilità. La nuova presenza straniera è composta da persone in età lavorativa, soprattutto tra i 25 e i 50 anni, e contribuisce al ringiovanimento di una città sulla via dell’invecchiamento. La nascita di bambini sul posto di emigrazione o il ricongiungimento accentuano ulteriormente tale tendenza.
La presenza straniera continua a crescere nel primo decennio del XXI secolo, triplicando di nuovo: da 131.171 nel 2001 a 344.244 nel 2011. Trascina così verso l’alto la stessa popolazione urbana che nel 2018 raggiunge i 2.872.000 residenti, più un numero imprecisato di persone che arrivano ogni giorno per lavoro. I piccoli comuni della provincia e anche i centri più importanti delle altre province laziali ospitano infatti immigrati che hanno un impiego a Roma.
A questa crescente pendolarità provinciale regionale sono legati settori produttivi attigui a quelli sviluppatisi a fine Novecento. Se a tale data gli immigrati, anzi soprattutto le immigrate, si occupano di lavori domestici e assistenza familiare, ora sono impiegati o impiegate in imprese di pulizia e nei grandi ospedali cittadini, dove partecipano all’assistenza infermieristica. Di conseguenza, godendo di un reddito stabile, hanno riunito o formato il proprio nucleo familiare e acquistato una abitazione, dove questa costa meno.
Il passaggio all’acquisto di una casa per la famiglia avviene a tappe e porta in primo luogo alla costituzione di aree urbane, dove si risiede in affitto, identificabili in base alla concentrazione di gruppi specifici (Piccola Mosca, Piccola Ucraina, Piccola Nigeria, Banglatown) o comunque a una forte presenza non autoctona (si pensi alla composizione multi- immigrata di Tor Pignattara). Poi avviene la dispersione, quando l’acquisto spinge ancora più lontano e fuori della città.
Le possibilità offerte dal trasporto urbano, extraurbano e regionale garantiscono la mobilità lavorativa e rendono liberi di risiedere lontano dai luoghi di lavoro e lontano persino da quelli di incontro del proprio gruppo. Nel nuovo millennio tale distanziamento inizia prima a verificarsi dentro la città stessa. Se la Piccola Mosca si trova dopo Talenti, dal 2008 i russi a Roma gravitano su S. Caterina d’Alessandria, chiesa ortodossa dipendente dal patriarcato di Mosca, vicina aPorta S. Pancrazio.
Anche nel caso della piccola imprenditoria ‒ la nuova frontiera lavorativa dell’immigrazione soprattutto nel mondo della restaurazione e dei servizi ‒ i luoghi lavorativi non corrispondono a quelli abitativi o di incontro. Si pensi all’Esquilino, quartiere multietnico per numero di negozi, ristoranti, parrucchieri asiatici, africani o latinoamericani e per gli stessi banchi del mercato rionale, ma non per residenze, anche a causa del massiccio monopolio cinese nell’acquisto di case, negozi e locali in zona.
In questo quadro, segnato dalla mobilità regionale, vengono meno o si trasformano elementi ricorrenti nei secoli precedenti. Ai nostri giorni le chiese nazionali ancora esistono, anzi per un certo tempo si sono stampate guide agli edifici religiosi dei vari culti. Tuttavia, questi edifici non sono più al centro degli insediamenti immigrati, né li identificano.
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