Roma medievale

Agli inizi del medioevo Roma è in declino, ma la sua popolazione non è esigua. Sennonché le invasioni barbariche del V e del VI secolo, le concomitanti pestilenze e carestie, infine il tentativo bizantino di prendere il controllo della Penisola le sono esiziali. In particolare, la guerra tra goti e bizantini (535-553) sottopone Roma a quattro assedi, che provocano la distruzione degli acquedotti e lo sconquasso del sistema fognario. Le conseguenze sanitarie sono gravissime e la città perde abitanti: se nel V secolo d.C. ha ancora 400.000 abitanti, alla fine del conflitto appena citato ne conta appena 40.000.

Parte di questi residenti è di origine gota, oppure bizantina e quest’ultima presenza si rafforza tanto che l’Urbe diventa un bastione dell’Impero d’oriente contro l’invasione longobarda. Nel 590 comunque l’ennesima epidemia decreta il definitivo crollo della popolazione, che scende ad appena 25.000 abitanti. L’amministrazione della città è allora presa in carico da papa Gregorio Magno (540 circa – 604) e Roma vede così la collaborazione tra il comando militare bizantino, attestato sulla riva sinistra del Tevere alle spalle del porto, e quello civile del pontefice, legato alla basilica di S. Pietro e alla riva destra del fiume.

Alla fine dell’VIII secolo, i papi suggellano una nuova alleanza con l’impero carolingio. Si apre una fase plurisecolare nella quale essi hanno costanti rapporti con la rinata compagine imperiale, sia questa in Francia o in Germania. Nello stesso periodo l’Urbe solidifica il proprio ruolo di città santa, vista la difficoltà di raggiungere Gerusalemme. Dal VII secolo la sponda di fronte alla Ripa graeca, cioè alla sponda abitata dai bizantini e frequentata dai mercanti provenienti dal Mediterraneo orientale, diviene la Ripa Romea, perché vi sbarcano i romei, cioè i pellegrini che si recano alla tomba di S. Pietro.

Tale fenomeno di “turismo” religioso si rivela di estrema importanza per l’economia e la demografia cittadina. Già nell’VIII secolo intorno alla basilica di S. Pietro sono organizzati centri stabili di ospitalità e di assistenza per i romei.

Tra il 724 e il 726 Ina, sovrano del Wessex, un regno nel meridione inglese, fonda la Scuola sassone nelle vicinanze di S. Pietro ed è presto imitato dai leader di altri gruppi. Sorgono così le Scholae peregrinorum: complessi di edifici, comprendenti una chiesa, un ospizio e un albergo per chi arriva, qualche casa per gli stanziali e talvolta un ospedale e un cimitero.

L’area della Scuola sassone è denominata Burg e tutto il quartiere tra il Vaticano e il ponte sul Tevere prende il nome di Borgo, quando è circondato di mura. Nell’848 Leone IV (790- 855) decide infatti di difendere i dintorni della basilica e imperniarne la difesa sulla Tomba di Adriano, fortificata agli inizi del V secolo e ribattezzata Castel S. Angelo alla fine del VI.

Degli antichi insediamenti delle Scholae intorno a S. Pietro non resta oggi molto. Tuttavia, abbiamo indizi su dove fossero edificati. L’odierna chiesa di S. Spirito in Sassia è costruita sopra la precedente S. Maria in Sassia, dedicata alla Vergine all’interno della Schola Saxonum. La chiesa dei Ss. Michele e Magno insiste sul luogo del S. Michele dei frisoni e della loro Scuola. S. Pietro in Borgo nella piazza del S. Uffizio riprende le strutture di S. Salvatore in Terrione, cui sin dopo il Mille è collegata la Schola Francorum. La Scuola dei longobardi sorge infine dove oggi corre il lato sinistro del colonnato del Bernini.

La scarna documentazione su questi luoghi ci fa intuire che alcuni pellegrini risiedono a lungo nella città o vi si trasferiscono per sempre. Inoltre, ciascuna delle Scuole ha un personale fisso e non ospita soltanto romei. Il numero di chi vi risiede non deve essere esiguo, se esse forniscono un aiuto militare alle milizie cittadine impegnate contro i saraceni.

Dopo il Mille le Scuole lentamente spariscono, anche se ne sono aperte di nuove, per esempio degli ungheresi e degli abissini. Tuttavia, restano in città un gran numero di ecclesiastici, diplomatici e pellegrini, che catalizzano le successive comunità immigrate. Il pellegrinaggio rimane un importante volano e aumenta la propria importanza con l’indizione del primo anno santo il 22 febbraio 1300.

Per un paio di secoli vi è incertezza sull’intervallo tra un giubileo e l’altro, ma ognuno attira una massa enorme di visitatori. Genera così una grande mobilità, che accomuna plurimi aspetti. Dall’anno 1300, la presenza straniera torna a essere quindi molto rilevante. Inoltre, i visitatori dei giubilei ripropongono e finanziano ospizi e ospedali di e per stranieri. Non mirano, però, a creare vere e proprie comunità e d’altronde i numeri complessivi della popolazione restano abbastanza scarsi. Ci si è risollevati dal minimo storico raggiunto a fine VI secolo, ma si oscilla poco sopra le 30.000 unità e alla fine del medioevo l’Urbe non conterà più di 50.000 residenti. Però, i primi giubilei portano milioni di arrivi: in grandissima parte temporanei, ma alcuni destinati a durare. Tutti i visitatori giunti richiedono strutture di ricezione stabile e queste devono essere gestite da personale che rimane in città. Inoltre, le diverse origini e lingua dei pellegrini pongono il problema di chiese per i romei: il culto si officia in latino, ma per la confessione e comunque per l’interazione con i sacerdoti serve qualcuno che sappia la lingua dei pellegrini.

Presto la creazione di strutture di accoglienza prevede anche quella di edifici religiosi, i quali possono darci un’idea di dove risiedano i vari gruppi. Nell’ansa del Tevere di fronte a Castel S. Angelo, dove si concentra la città abitata, troviamo a partire dal Trecento nuove fondazioni, talvolta frutto di iniziative collettive, altre dell’azione di singoli.

S. Antonio dei Portoghesi, nella via che da questi ultimi prende il nome, funge da centro della comunità lusitana e accanto alla chiesa sorge un ospedale, secondo un modello riproponente quello delle Scholae altomedievali.

La svedese Brigida Birgersdotter (1303-1373), fondatrice dell’Ordine del Santissimo Salvatore, arriva in città per il 1350, si ferma sino alla morte e nella sua abitazione a Campo dei Fiori organizza un ospizio per i connazionali. Nel 1391 è proclamata santa e nell’isolato della sua casa è fondata la chiesa di S. Brigida per i romei svedesi.

Quanto accade per questi ultimi, ci indica un percorso condiviso da molti gruppi: una prima iniziativa trecentesca, legata a un giubileo, sulla quale si innestano ulteriori sviluppi portando alla fondazione di una chiesa nazionale, cioè a un luogo di culto destinato ai fedeli provenienti da uno stesso regno o da una medesima area di questo. Tali iniziative non sono sempre durature. Nella seconda metà del Trecento i boemi hanno un ospizio nell’odierna via dei Banchi Vecchi, ma questo viene chiuso un secolo più tardi. In altri casi invece una chiesa nazionale sopravvive persino alla scomparsa del regno, cui inizialmente è dedicata.

Nel 1354 la barcellonese Jacoba Ferrandes acquista una casetta all’Arenula e la trasforma nell’ospizio di S. Niccolò dei Catalani. Nel 1363 Margherita Pauli di Majorca ne fonda un altro contiguo, questa volta soltanto femminile, S. Margherita dei Catalani. Nel 1495, quando il regno di Aragona, comprendente la Catalogna, si è unito a quello di Castiglia, il papa Alessandro VI (1431-1503) raccoglie due istituti in confraternita aragonese sotto il patrocinio di S. Maria di Monserrato. La confraternita s’incontra dapprima a S. Niccolò, ma nel 1518 questo è demolito e sostituito dalla chiesa di S. Maria di Monserrato, dove i catalani proseguono ad andare nonostante l’edificazione della chiesa spagnola di S. Giacomo a piazza Navona.

Anche altri gruppi, per esempio quelli di lingua francese, mantengono più chiese, che ospitano i fedeli di determinate regioni, persino quando queste sono ormai annesse al regno di Francia.

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