Tra fine Trecento e inizio Seicento la città conosce un forte incremento immigratorio causato dal ritorno dei pontefici dopo il cosiddetto esilio avignonese e dal rilancio conseguente dell’economia urbana. Inoltre, i papi proseguono ad attirare i pellegrini grazie agli anni santi. Tra il 1450 e il 1625 non soltanto ogni occasione giubilare determina nuovi arrivi da tutta Europa, ma presto tali occasioni aumentano esponenzialmente: i giubilei ordinari si assestano su una cadenza venticinquennale, mentre sono indetti giubilei straordinari, talvolta con intervalli di appena dodici mesi.
Possiamo considerare il periodo tra la Peste nera (1346-1353, ma poi protrattasi per gran parte del Quattrocento) e quella del 1656-1657 come una fase conchiusa, nella quale la popolazione romana, ivi compresa la porzione immigrata, cresce continuamente.
Questo facilita lo sviluppo dell’insediamento stabile di stranieri e delle strutture di accoglienza e sostegno, dagli ospizi alle chiese. In tale contesto l’aiuto per chi arriva da fuori è gestito da confraternite, i cui membri sono accomunati dalla lingua e dalla provenienza geografica. Spesso il nucleo centrale di tali associazioni è composto da religiosi, numerosissimi nella città che è il centro del cattolicesimo.
A Roma risiedono la Curia pontificia e le corti dei singoli cardinali, alcuni dei quali stranieri e circondati da altri religiosi e da personale laico non romani. Inoltre, in città hanno sede le Case generalizie di molti ordini e congregazioni religiose, che importano molto personale laico ed ecclesiastico non italiano.
Questa composita presenza religiosa promuove la costruzione di chiese, palazzi, edifici scolastici, biblioteche e tipografie e anche qui è utilizzato personale non romano.
Allo stesso tempo, lavorano a Roma gruppi di artigiani specializzati nella creazione di arredi domestici o ecclesiastici provenienti da lontano.
Tale notevole presenza straniera non pone particolari problemi di integrazione. Le stesse confraternite prima ricordate testimoniano come gli immigrati si siano inseriti nel tessuto cittadino. E anche i fascicoli matrimoniali della diocesi di Roma rivelano come i matrimoni portino nell’arco di un paio di generazioni a una progressiva mescolanza di locali e stranieri.
Le difficoltà in caso sono legate alla non omogeneità dei cosiddetti gruppi nazionali di immigrati e all’azione dei loro Stati di partenza. Nel Cinquecento gli iberici sono il gruppo d’oltralpe più consistente. Però, sono divisi e i castigliani, sebbene più numerosi, non riescono mai a inglobare i catalani o i portoghesi, che infatti mantengono le proprie chiese nazionali. Al contempo le autorità spagnole e francesi si contendono il primato nella città, scatenando violenti scontri nelle principali vie e piazze.
Al di fuori dei gruppi maggiori (spagnolo, francese, tedesco), la presenza straniera è assai variegata. Dal Quattrocento la città offre un rifugio alle vittime dell’avanzata islamica: croati e bosniaci; albanesi; levantini e greci; bizantini, in particolare dopo la caduta di Costantinopoli (1453). Il loro arrivo propone la convivenza dei riti occidentale e orientale dentro alla Chiesa di Roma, nonché quella con i cristiani ortodossi, a loro volta suddivisi in chiese acefale, spesso subase “nazionale”.
Questa multipla convivenza fa elaborare strategie di confronto, che scavalcano gli steccati confessionali. Tuttavia, a questo non corrisponde minore intransigenza verso altri gruppi religiosi. Se prima della Riforma protestante impera il timore dei turchi e il sospetto verso gli ebrei, dopo la Riforma questi sentimenti si inaspriscono e intanto cresce la paura degli “eretici”. Nel secondo Cinquecento si uccidono visitatori stranieri, per esempio inglesi, accusati di offendere il papa. Inoltre, si cerca di controllare le minoranze ritenute pericolose: di nuovo gli eretici, i musulmani, gli ebrei e poi gli “zingari”, che provengano dall’esterno o dall’interno della Penisola.
Le necessità del commercio e del turismo spingono, però, le autorità locali a chiudere un occhio sulla fede di mercanti e viaggiatori benestanti. La stessa curia pontificia vuole che gli stranieri arrivino in città, pensando che l’atmosfera dell’Urbe possa determinarne la conversione. Questa fa, allora, organizzare istituzioni apposite per sorreggere chi sta camminando verso la “vera fede”. Tale aiuto ai “convertendi” si rivela alla lunga problematico, perché una percentuale di immigrati poveri lo sfrutta per ottenere vitto, alloggio e, se possibile, lavoro. Comunque, tale sforzo diviene un elemento rilevante della Roma moderna e porta alla nascita di istituzioni specifiche, quale l’Ospizio dei Convertendi, dove sono ospitati soprattutto musulmani e protestanti, ma vengono forzati anche ebrei immigrati od originari della città.
Alla fine del Seicento Roma entra in uno stallo demografico ed economico. La peste del 1656- 1657 provoca riduce il numero degli abitanti, nonostante l’immigrazione che comunque permette alla città di non calare drasticamente.
Intanto si spegne lo slancio dei secoli precedenti, perché dopo la Guerra dei trent’anni (1618- 1648), è a tutti evidente che lo Stato della Chiesa è una piccola e sempre più povera potenza locale. La progressiva miseria dei domini papali riduce quindi la città a una vocazione eminentemente turistica.
L’importanza della tappa romana nel Grand Tour si afferma infatti tra le persone abbienti o di cultura e la Città eterna si attrezza a riceverle smussando ogni tensione religiosa. Cala quindi la pressione sui protestanti, mentre si cerca di allontanare dalle zone visitate chi possa disturbare i visitatori. Gli “zingari” sono confinati nel rione Monti, gli ebrei rinchiusi nel Ghetto e i musulmani dispersi attorno al porto di Ripetta o ospitati nelle strutture dei convertendi. Vagabondi, mendicanti, orfani e prostitute sono rinserrati negli istituti del S. Michele, alle spalle del porto di Ripa Grande, e obbligati al lavoro coatto.
I protestanti godono invece di notevole rispetto, perché portano denaro e sono sotto la protezione di Stati con i quali la corte romana ha rapporti diplomatici: in particolare il Regno Unito, la confederazione svizzera, la Prussia.
Dal secondo Settecento Inghilterra e Prussia ottengono che le loro sedi diplomatiche ospitino predicatori anglicani e luterani. Nel 1803 lo zar Alessandro I (1777-1825) chiede di aprire una chiesa greco-russa presso la propria ambasciata. Dal 1816 è accreditata una cappellania anglicana “informale” a via del Babuino. I neonati Stati Uniti, grazie a stretti contatti commerciali con la Santa Sede, ottengono prima una notevole libertà per il cappellano del loroconsolato e poi addirittura una “parrocchia americana”, cioè protestante, a piazzale Flaminio.
Tutte le maggiori potenze straniere strappano infine il permesso di seppellire i propri morti in quello che presto diviene il cimitero acattolico di Testaccio.
Nel periodo in esame a fianco del semplice turismo si rafforza quello culturale. Nel 1666 è fondata l’Accademia di Francia. Grazie ad analoghe iniziative tedesche, inglesi, spagnole e olandesi Roma diventa nel Settecento un mercato artistico, antiquario e archeologico molto apprezzato dai collezionisti e dai musei. Mediatori, antiquari e artisti, molti non romani, vi si recano per lunghi periodi e persino vi si stabiliscono per acquistare pezzi importanti o farne copia.
La vita tutto sommato tranquilla degli stranieri a Roma è scossa dalle due occupazioni francesi (1798-1799 e 1805-1814) intervallate da una napoletana (1799-1801). La presenza militare accentua la consistenza dell’immigrazione, perché qualche soldato si inserisce nel tessuto urbano, terminato il servizio militare. Inoltre, l’occupazione napoleonica propone un riassetto della città, che influenza il successivo sviluppo urbano.
Tuttavia, al di là delle trasformazioni urbanistiche, realizzate o fatte presagire, i due tempi del dominio francese pesano sul secolo successivo ispirando un violento anti-gallicismo, che non cessa con la sconfitta di Napoleone. Tuttavia, la comunità francese non è mai allontanata e per i suoi figli è persino creata nel 1851 una scuola in lingua. Nuove tensioni sorgono, quando le truppe di Napoleone III si accasermano in città per difendere il papa, ma calmatesi le acque gli stessi religiosi gestiscono nel rione Monti una nuova scuola elementare e tecnica in francese per immigrati e romani.
In ogni caso per buoni due terzi dell’Ottocento la popolazione locale è fondamentalmente xenofoba, come scoprono i volontari e i mercenari stranieri che rafforzano le truppe pontificie prima della Breccia di Porta Pia. Questa chiusura è evidente anche nei riguardi di nomadi e mendicanti, sempre ritenuti fastidiosi e pericolosi. Nella prima metà dell’Ottocento sono dunque emanati rigidi regolamenti polizieschi per disciplinare l’entrata in città di chi provienepersino dalle altre province dello Stato Pontificio.
Ciò nonostante, la città continua ad accogliere viaggiatori e artisti, che vi risiedono per mesi, se non per anni o per tutta la vita. Tale presenza si impianta nei quartieri già cari agli stranieri, ampliandone l’insediamento da piazza di Spagna a via del Corso e alle sue traverse, talvolta arrivando sino a Campo dei Fiori o sfruttando aree più marginali, quali il Pincio e i dintorni di Villa Borghese.
Turisti e artisti continuano a essere accompagnati dagli studiosi e quelli austriaci, francesi e tedeschi fondano nuove istituzioni residenziali dopo la Breccia di Porta Pia, quando il nuovo regno riconosce piena libertà di residenza e di religione nella città. Sorgono così diversi templi protestanti per i gruppi dell’Europa centro-orientale o settentrionale.
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