Nicola Verlato torna nell’Ecomuseo Casilino dopo averci regalato il capolavoro di Hostia, la cosiddetta Cappella Sistina di Tor Pignattara.
Artista straordinario e profondamente contemporaneo, Verlato rielabora il primo capitolo della ricerca sulla storia delle migrazioni con una personalissima visione della fondazione di Roma.
Una città ancora “in progress”, dove i primi monumenti si stagliano su un paesaggio naturale che presto diventerà Urbe. In primo piano un gruppo di uomini è intendo a riempire un grande buco con sostanze precipitate da anfore portate in spalla. È una processione che appare lenta, operosa e serena. Ma chi sono quegli uomini? Cosa stanno versando?
Ogni elemento, rappresentato col consueto realismo, sta lì per ricordarci la natura plurale della nostra città, il suo essere frutto della fusione di “altri”, di un necessario metissage tra i popoli e le culture che nei secoli si sono incontrati e fusi sopra i sette colli. Quello che gli uomini gettano nel buco, allora, non è vino, olio o granaglie: è la loro cultura, storia e tradizioni. È la loro personalissima diversità che si incontrerà nell’Asylum del Campidoglio, porto franco in cui chiunque poteva approdare senza temere discriminazioni razziali, culturali, religiose. Quel buco, allora, rappresenta le fondamenta di questa nuova idea di città, in cui la romanità fa rima con diversità e l’identità con la commistione.
Una Roma nome plurale di città allora, asilo della diversità, babele di lingue, religioni e culture che nasce per accogliere e proprio nascendo incide nel suo spirito una legge propria “Chi fa qualcosa per Roma, diventa romano”. Non importa da dove si viene. Non importa cosa si fa. Non importa cosa si celebra, professa o mangia: chi partecipa all’eterna costruzione di questa città in progress è romano per definizione. Una cittadinanza che nasce dall’impegno, dall’esserci, dal partecipare.
Ed è così spiegata anche la nudità di questi uomini, che non è vezzo estetico ma metafora di una rinascita: partecipando alla fondazione della città, facendo qualcosa per Roma, sono diventati romani, sono (ri)nati romani.
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* L’opera non è stata nominata dall’artista. Il nome è nato a seguito dell’interazione con i visitatori del museo che sempre più spesso hanno indicato l’opera come “Roma”, “Rome”, “Tante Rome”.

