Il terzo murale di M.A.U.Mi ci porta nel basso medioevo, proprio in quel cruciale periodo di passaggio tra il 4 e l’8 secolo dopo Cristo. È il periodo in cui matura e si consolida il potere papale e in cui assume grande rilevanza il fenomeno del pellegrinaggio.
I viaggi dei Romei, così venivano chiamati i pellegrini che si recavano a Roma per omaggiare principalmente San Pietro e Paolo, si intensificarono dopo l’editto di Costantino del 313 d.C. (che rese più sicura la visita) e la successiva costruzione delle Basiliche dedicate ai due padri della Chiesa. Un flusso che iniziò ad essere sempre più importante e rese di nuovo Roma un centro di scambio e incontro tra persone provenienti da ogni parte dell’Europa ma anche dell’Asia e Africa.
Il flusso dei pellegrini inaugura una nuova tipologia di migrazione, caratterizzata da ragioni non più riducibili a quelle dei secoli precedenti (schiavitù, lavoro, commercio, guerra, colonizzazione) ma da motivazioni afferenti alla sfera spirituale e culturale. Ma perché chiamarla “migrazione” e non viaggio? Se accettiamo la definizione classica di “migrazione” come un movimento di persone o di gruppi di persone da un luogo a un altro per un periodo variabile (transitorio o permanente) dovuto a cause di natura personale, politica o economica, va da sé che il viaggio dei pellegrini è a tutti gli effetti una migrazione e, in generale, qualsiasi viaggio (non importa il tempo di permanenza “nell’altrove”) è di fatto una migrazione.
Come anticipato, quindi, l’unica vera variabile1 che differenzia le migrazioni di epoca imperiale è appunto la motivazione. Visitare Roma è per il pellegrino un’esperienza di fede, cultura e storia, che offriva ai pellegrini un’opportunità unica di connettersi con le loro radici spirituali e culturali. A ben vedere in questo viaggio vediamo gli elementi essenziali di un fenomeno che abbiamo sempre considerato esclusivamente moderno e contemporaneo, ovvero il turismo. Certo il turismo d’oggi somma alle motivazioni spirituali e culturali quelle legate al riposo e/o al divertimento, ma non possiamo non vedere una percorso evolutivo che porta dal pellegrino del IV secolo al turista d’oggi, soprattutto quando quest’ultimo decide di muoversi principalmente spinto da motivazioni di crescita umana e culturale.
Croma, con la sua opera, ci introduce in questa complessa vicenda ancora tutta da approfondire, con un’opera iconica, fondata su un chiaro impianto teatrale e resa potente da un bianco e nero puro e senza mediazioni. L’artista rappresenta due pellegrini appena giunti a Roma e li mostra mentre escono dalla boscaglia che si apre, come un sipario, mostrando uno scorcio dell’area sepolcrale di San Pietro: vediamo la mole Adriana (oggi Castel Sant’Angelo), il pons Aelius o pons Hadriani (oggi Ponte Sant’Angelo o Castello), le rive del Tevere popolate da imbarcazioni, le case del vecchio borgo che sarà distrutto nel ventennio fascista per far posto a via della Conciliazione. Una Roma che si mostra ancora imponente, nonostante il crollo dell’impero, le invasioni, le lotte intestine. Una Roma che si mostra “di pietra” nei suoi monumenti e nelle sue architetture2 e che affascina e rapisce il visitatore che, venuto per scopi spirituali, si lascia “sedurre” dall’immensità storico-architettonica della città eterna. Una “deriva dello sguardo” di cui abbiamo traccia anche nei testi ufficiali destinati ai pellegrini, come già nel Notitia ecclesiarum urbis Romae del VII secolo in cui sono citati itinerari “spirituali” ma in cui non si disdegna di sottolineare aspetti estetici e architettonici anche di monumenti non cristiani, per arrivare fino all’Itinerarium Einsidlense in cui esplicitamente si cita la bellezza dei monumenti “pagani”3.
Con “In Viaggio4” Croma ci offre lenti nuove con cui rileggere uno snodo cruciale della storia delle città, facendoci riconsiderare il concetto di migrazione che viene legato a dimensioni fino ad ora poco esplorate. Allo stesso tempo ci mostra un “migrante” inedito, che avrà un ruolo tutt’altro che secondario nello sviluppo (lo vedremo in un’altra opera) non solo culturale ma anche urbanistico e artistico della città. Ma ci mostra soprattutto come ogni aspetto della vita millenaria di Roma necessità di uno sguardo che vada oltre le convenzioni, che superi gli steccati, che viaggi appunto, come il fiume che solca il dipinto, lasciandosi trasportare verso scenari nuovi, poco considerato o, peggio, non considerati.
- Non possiamo annoverare neanche il dato temporale come discrimine tra le migrazioni di epoca imperiale e quella dei pellegrini di epoca medievale, in quanto questi ultimi spesso decidono di stabilirsi in pianta stabile a Roma (dando impulso alla nascita delle cosiddette congregazioni) o rimanervici per lungo tempo. ↩︎
- La presenza notevole di strutture in pietra all’interno delle mura della città era una rarità nelle città dell’epoca. L’uso della pietra, che solo più avanti nel medioevo diventerà il materiale più utilizzato, era limitato alle mure cittadine (spesso nelle città minori neanche a quelle) mentre le strutture interne come case, spazi pubblici e a volte gli stessi spazi del potere, erano in legno. ↩︎
- È interessante notare come in queste prime “guide” di Roma il cosiddetto centro della città è quasi assente. I percorsi si snodano perlopiù in aree che oggi definiremmo periferiche. Ciò è dovuto soprattutto al fatto che le sepolture e i cimiteri erano ovviamente fuori le mura e quindi i luoghi di visita erano necessariamente “lontani” dal cuore della Roma imperiale. Per quasi un millennio, quindi, gli stranieri che vengono nella città eterna la conoscono a partire dalla periferia e questo sguardo “marginale” avrà un certo peso anche nei secoli successivi. ↩︎
- Croma non ha dato un titolo all’opera e quello presentato è frutto dell’ascolto dei suggerimenti dei visitatori durante le varie sessioni di visita del museo ↩︎

